Cosa scatena nella nostra mente la parola ‘futuro’? Nei più speranzosi essa sarà sinonimo di gioia, progresso, nuove tecnologie, nuove scoperte, mondi inesplorati e una vita mediamente più comoda ed agiata. Nei meno ottimisti invece essa porterà i fantasmi di una globalizzazione opprimente, di un progresso tecnologico invadente e schiavizzante e di un incremento esponenziale dei livelli di stress e di omologazione, a prezzo dell’originale identità di ogni essere umano.

Quelli prospettati sono solo due di una infinita serie di scenari, in cui è incluso anche il panorama magistralmente descritto da G. Orwell in 1984. Il libro è diventato tristemente famoso per via di un programma televisivo e, anzi, probabilmente i lettori più giovani conosceranno solo il Grande Fratello per motivi tutt’altro che cartacei. E’ anche per questo che NonUnSoloSpettacolo vuole proporre questo piccolo commento, una sorta di omaggio ad un capolavoro della letteratura internazionale, con la sciocca presunzione di istigare alla lettura.

1984, o Nineteen Eighty-Four, è stato scritto alla fine del 1948 e pubblicato poi l’anno successivo e si tratta di una delle ultime opere del giornalista inglese George Orwell, sempre fortemente interessato agli accadimenti del mondo politico contemporaneo. 1984 è un’utopia negativa o distopia, ossia un mondo fittizio, che non è realmente esistente in alcun luogo e che rappresenta un sogno distorto e corrotto, tramutatosi in un vero e proprio incubo. Nel macrocosmo del romanzo, infatti, nell’anno di grazia 1984, l’intero pianeta è diviso in tre grandi potenze, Eurasia, Estasia e Oceania, con equilibri diplomatici precari e dalla comune ambizione per la conquista del mondo. Un gioco caro in termini di vite ed estremo in termini di identità.

La popolazione dell’Oceania, ad esempio, è tenuta appena al di sotto della soglia della povertà, abilmente manovrata nelle intenzioni dal Partito, una congregazione di uomini misteriosi e pubblicamente impegnati nell’assicurare uguaglianza, libertà e benessere. Capo di questa organizzazione è un misterioso figuro di nome Grande Fratello, mosso ad icona popolare e la cui effigie è presente in ogni cartellone pubblicitario, su ogni etichetta, su qualsiasi indicazione, insomma in ogni dove. Sguardo virile e folti baffi neri, il Grande Fratello rilascia quotidianamente dichiarazioni su dichiarazioni riguardo l’andamento della guerra, esaltando ora le abilità del Partito e incolpando quindi un altro oscuro figuro, di nome Emmanuel Goldstein, di tutti i fallimenti o gli imprevisti incontrati sul cammino burocratico, sociale, politico ed economico.

In questo contesto viene narrata da vicino la storia di un comune abitante dell’Oceania, residente in una Londra fatiscente e sudicia, di nome Winston Smith, assillato dai dubbi riguardo l’effettiva veridicità delle affermazioni del Partito e travolto nell’ordine dal sospetto, dall’amore, dalla consapevolezza di sé stessi, dal ricordo e quindi dalla disperazione, dal rimpianto e da una inflessibile accettazione degli altri.

La vicenda di Smith è in realtà un espediente utilissimo per permettere ad Orwell di delineare con estrema facilità e fluidità i concetti principali della nuova società del 1984, partendo dal Socing, nuova forma di comunismo che si rivela essere più vicino ad una povertà diffusa che ad un benessere condiviso. La carrellata prosegue con l’individuazione della volontà perentoria del Partito di dominare le masse rendendole via via più deboli ed ignoranti, soggiogandole con le arti sublimi della pornografia, del gossip, del gioco d’azzardo e dell’alcol ed inducendole ad utilizzare un linguaggio sempre più stringato, sempre meno sfumato, sempre meno complesso e sempre più vicino alla semplice gestualità di un burattino.

In questo gioco allo stordimento, il ruolo principale viene ricoperto dal concetto di Bispensiero: la capacità di poter asserire un fatto pur essendo al contempo consapevoli della mendacità delle proprie affermazioni e giustificando pur comunque il proprio operato, con una abbondante dose di inconsapevolezza, sfrontatezza e vanagloria. La realtà che imita l’arte o l’arte che imita la (nostra) realtà?

Nell’ottica del Bispensiero si scoprono le vere intenzioni del Partito, i veri motivi della guerra, la reale gravità del Socing, le effettive possibilità di redenzione, la vera identità del Grande Fratello e la sublime ed inquietante trasformazione che ha subito il personaggio di Goldstein. Il tutto in un finale piuttosto forte, coinvolgente e tremendamente filosofico. L’intera distopia ed il Bispensiero si basano infatti su un’unica domanda: cosa accadrebbe se non esistesse la Realtà Oggettiva?

La nostra esistenza sarebbe un punto di vista variabile? Il passato di una persona potrebbe mutare a seconda dei punti di vista? E cosa accadrebbe ai più importanti eventi storici? Cosa ne sarebbe della certezza del passato? Quale importanza avrebbe l’identità di un individuo costretto a vivere un istantaneo presente senza un’identità?

Giudizio Finale: Non è possibile valutare un capolavoro del genere, che sale di diritto nel gruppo delle letture indispensabili. Si tratta comunque di una lezione di politica in piena regola, camuffata e resa più digeribile attraverso l’espediente del romanzo.

Una tragica presa di coscienza del mondo politico degli anni Quaranta. Ricordiamo, tuttavia, che la Storia è fatta di “corsi e ricorsi”.