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Ed eccomi di nuovo ospite di questo piccolo blog, stavolta pronto ad intervistare Massimo Stella, autore del libro di didattica “In Palestra per la Fisica”, recentemente pubblicato sui principali store online della grande distribuzione.

HAL: Massimo, presentati brevemente ai nostri lettori.

MS: Ciao a tutti, sono Massimo Stella, ho 25 anni e sono laureato in Fisica, con una tesi in fisica teorica. Dopo alcuni problemi personali e burocratici, a breve inizierò ufficialmente un dottorato in Scienze della Complessità a Southampton.

HAL: Che cosa è esattamente “In Palestra per la Fisica”?

MS: Si tratta di un ebook, scaricabile al prezzo di un paio di caffè, che contiene ben 260 esercizi di fisica sotto forma di test, ciascuno dei quali risolto e approfondito. Ho scritto questo testo cercando di creare qualcosa di facilmente comprensibile, soprattutto per quegli studenti che non hanno avuto la fortuna di studiare fisica in maniera continuativa. Può essere usato per l’ammissione ai test per Ingegneria, Medicina, Scienze Infermieristiche e Odontoiatria, oppure per gli OFA per facoltà come Fisica e Matematica. Il 10% dei quiz è in inglese scientifico, di modo che l’ebook possa essere usato anche per prepararsi al GRE in Fisica o alla prova di ammissione a Medicina in lingua inglese.

HAL: Come è nata l’idea di creare un ebook per la didattica? Alla tua età scrivere un libro di quiz non è esattamente una cosa comune…

MS: La scorsa estate ho lavorato come docente esperto per Fisica all’interno di un corso per la preparazione ai test di ammissione a Medicina. La cosa molto positiva del corso era la sua gratuità, concertata appositamente da alcuni licei della Provincia di Brindisi. Gli studenti hanno potuto seguire in due mesi ben 150 ore di didattica frontale tra Fisica, Chimica, Logica, Matematica e Biologia, il tutto senza pagare nulla (a differenza di quanto accade di solito con i corsi di preparazione). Con gli appunti e le domande che ho scritto appositamente per il corso ho iniziato a buttare giù una bozza del libro, scrivendo poi le soluzioni e disegnando gli schemi illustrativi.

HAL: Come è strutturato l’ebook? Non sarà per caso un altro di quei bignami concentratissimi e semi-incomprensibili, spero.

MS: (sorride) No, l’idea è sempre stata quella di creare qualcosa di semplice, facilmente reperibile, di qualità ma comunque ultra low-cost. “In Palestra per la Fisica” è strutturato come un vero e proprio corso di preparazione ai test di ammissione a facoltà: lo studente/lettore inizia affrontando un test di ingresso per valutare eventuali lacune, quindi si susseguono 10 unità in cui si affrontano vari argomenti, per poi concludere con le batterie finali di ricapitolazione (con tanto di foglio-risposta sul quale riportare le risposte, proprio come nei test veri e propri).

Copertina

“L’idea è sempre stata quella di creare qualcosa di semplice, facilmente reperibile, di qualità ma comunque ultra low-cost.” (Massimo Stella)

HAL: Bene. So che me ne pentirò, ma vorrei chiederti anche quali sono gli argomenti trattati nel corso del libro? A quale programma corrispondono?

MS: Le unità ricalcano i programmi ministeriali per l’ammissione a Medicina con degli ulteriori “innesti” che potrebbero essere utili soprattutto a chi si prepara per Ingegneria. I temi trattati spaziano dalle Grandezze Fisiche alla Cinematica, dai Principi della Dinamica a quelli di Conservazione, dalla Fluidostatica alla Struttura della Materia, passando per la Termodinamica, l’Elettromagnetismo e l’Ottica. Insomma, è un ebook con abbastanza carne al fuoco.

HAL: Quanti paroloni. Spero che uno studente non si spaventi di fronte a tutti questi argomenti…

MS: Quello che ti ho citato è praticamente il programma di studio di un alunno del liceo scientifico. Non c’è da spaventarsi comunque, ogni esercizio è risolto cercando di inserire quanti più concetti utili possibili nelle spiegazioni, che difficilmente risulteranno troppo stringate, come capita spesso nei libri omnicomprensivi (e che onestamente ritengo piuttosto costosi per quello che offrono).

HAL: Senti, come mai la scelta dei quesiti in inglese? Che io sappia gli altri libri alpha del settore non hanno quiz in lingua.

MS: Oggi l’inglese è fondamentale, soprattutto visto che con la crisi economica la conoscenza di una lingua aumenta il numero di opportunità lavorative. Abituarsi all’idea dell’inglese, anche nei quiz, paga sempre. Non solo per chi vuole prepararsi ai Graduate Examination Records per Fisica, ma anche per chi vuole migliorare le proprie conoscenze in vista di un esame in lingua. Devo dire che i quesiti sono stati un vero problema durante il corso (soprattutto perché il linguaggio scientifico richiede un certo lessico specifico) e hanno sorpreso anche diversi correttori di bozze. Spero che il lettore capace riesca a passare con disinvoltura dai quesiti in italiano (evidenziati in grigio) a quelli in inglese (evidenziati in azzurro).

HAL: Insomma, tante buone intenzioni e molto impegno. Come mai non hai pensato a distribuire l’ebook gratuitamente?

MS: Acquistare l’ebook gratuitamente è possibile! (Sottolinealo, HAL!) Registrandosi a UltimaBooks si hanno 3 euro di buono da spendere, da lì si può noleggiare In Palestra ad 1 euro per 2 giorni oppure acquistarlo a 2,49 euro. E si hanno ancora altri soldi per altri acquisti!!! Tornando alla domanda, in passato ho realizzato alcuni lavori gratuitamente sotto licenza CC e ho avuto brutte esperienze. Associarmi ad un editore digitale mi protegge da eventuali plagi o manomissioni e mi stimola anche a far meglio. Inoltre, con i ricavi della vendita digitale, vorrei racimolare i fondi necessari a far partire anche un servizio di Print On Demand a prezzi competitivi. Attualmente, comunque, chiunque può acquistare l’ebook e stamparlo, spendendo in tutto circa dieci volte meno di altre soluzioni ben più costose e troppo succinte.

HAL: Bene, Massimo. In bocca al lupo, allora!!!

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Le stagioni si avvicendano ripetutamente e tutto si trasforma: i grandi spazi verdi e desolati si riempiono di immense costruzioni affollate, fiumi interi erodono le coste del proprio letto, piccoli soggiorni impolverati si riempiono di cimeli inestimabili, le strade asfaltate si allungano e si intrecciano e gli itinerari crescono per complessità. Esattamente come i silenziosi cimiteri. Perché in fondo la crescita è solo una faccia dello scorrere del tempo, essendo l’altro lato della medaglia la corruzione.

Nulla sfugge al deterioramento. Il nostro corpo invecchia sotto l’azione di continui processi metabolici inarrestabili. Le costruzioni più imperiture tendono ad ossidarsi, sgretolarsi, ammuffirsi e ricoprirsi di erbacce o di crepe. Cosa rimarrebbe delle nostre case attuali dopo poco più di cent’anni di completo abbandono e desolazione?

Questa domanda è alla base di Noi Marziani, in inglese Martian Time-Slip, lavoro pubblicato da Philip K. Dick nel 1964, probabile riedizione di una novella a sfondo fantascientifico scritta da Dick l’anno precedente. Nel libro viene dato finalmente spazio alla comunità umana che risiede sul poco fertile pianeta rosso, citata più volte in altre opere dello scrittore. Le condizioni di vita lontano dalla Terra sono precarie: gli appartamenti sono claustrofobici, i trasporti scomodi e piuttosto costosi, il lavoro compulsivo e la merce su mercato quasi sempre di seconda o addirittura terza mano. E’ in questo scenario che si dipana la storia principale del romanzo, ancora una volta trampolino di lancio per una riflessione approfondita su temi universali quali il deterioramento, il senso del tempo, il tema della comunicazione e la questione sociale delle minoranze etniche.

Deterioramento. Segno del passare del tempo. Prova tangibile dell’esistenza di ieri e domani e della loro effettiva diversità. Se lo scorrere dei minuti appariva un’illusione ad alcuni pensatori dell’Età Moderna, in Noi Marziani il tema del putridume e del logoramento sono argomenti più che efficaci a dimostrare l’ineffabilità del tempo e svolgono il principale ruolo di antitesi opposta alla vitalità degli uomini e al loro atavico impulso alla trasmissione della vita tramite la progenie.

Il senso del tempo. Lo scorrere del tempo è simile all’operazione di tratteggiare una riga su un foglio e seguirne il verso o piuttosto è più vicino ad una forma geometrica chiusa, magari una circonferenza, dove ogni cosa passata è destinata a tornare prima o poi? Soprattutto nella seconda parte del libro, alcuni avvenimenti narrati, dal sapore largamente mistico, indurranno una certa propensione particolare a questo secondo aspetto. Anche se non è da sottovalutare una terza possibilità. Il susseguirsi degli istanti potrebbe non essere unico ma variegato, complesso. Il disegno del foglio sarebbe un albero, alla base una situazione iniziale con tanti, tantissimi bivi a disposizione, alcuni dalle sfaccettature inquietanti. In un universo dalle molteplici realtà, in una sorta di collezione di Molti Mondi, potrebbe esserci un piano dell’esistenza dove uomo e macchina si sono fusi insieme, generando un’abominazione puramente meccanica ma dalle stesse capacità intellettive di un uomo. Chi potrebbe mai visitare questi piani della realtà? Chi potrebbe mai attraversare la stretta barriera tra un piano e l’altro?

La comunicazione o meglio la comunicabilità. Una delle figure principali della trama è un bambino, il piccolo Manfred Steiner, affetto da autismo e per questo quasi completamente isolato dal mondo esterno. Apparentemente. Nel corso della storia Manfred sarà il centro di rotazione di diversi drammi personali, dal gesto estremo del padre, Norbert Steiner, alle folli mire commerciali dello spietato Arnie Kott, dalla travagliata vita sentimentale di Silvia Bohlen alla continua ricerca di redenzione del marito, Jack Bohlen, anche lui affetto da disturbi psicotici e proprio per questo desideroso di una vita comune. La percezione che l’autistico Manfred avrà di tutti questi personaggi sarà legata indubbiamente al tempo e alle sue possibili forme. Particolarmente interessante l’idea che riaffiora in alcune scene riguardanti il piccolo e Jack, entrambi alle prese con l’idea che il disagio psicologico sia la chiave effettiva di un’alterata percezione del “disegno” temporale, con tutte le possibili implicazioni del caso…

Infine il tema delle minoranze etniche. Marte non è un pianeta completamente inospitale e disabitato. I marziani però sono estremamente simili agli esseri umani, con una carnagione decisamente più scura ed un’attitudine completamente differente nei riguardi della società rispetto al tipico modello occidentale capitalistico, sulla falsa riga degli indiani o delle popolazioni autoctone del Sud Africa. Esattamente come le loro controparti reali, anche i Bleekman risulteranno essere soggetti a schiavitù ed emarginazione razziale. L’uomo può essere essere sufficientemente evoluto da superare le barriere dello spazio e del cielo ma resta comunque incapace di valicare i confini di una fratellanza genuina e totalizzante.

Se da una parte i contenuti risultano estremamente forti e talvolta forse semplicemente solo sfiorati, dall’altra la narrazione è piacevolmente scorrevole, dotata di una punteggiatura ricca ma mai opprimente. I dialoghi risultano sufficientemente veritieri ed estremamente scorrevoli, dando luogo a una efficace caratterizzazione collaterale di eventi e persone. Il cast di personaggi secondari è ricco e aumenta notevolmente il realismo dell’ambientazione, globalmente curata e vivida. Alcuni passaggi a livello logico risultano comunque forzati e trattati in maniera piuttosto frettolosa, forse anche per non appesantire eccessivamente il ritmo della prosa.

Giudizio Finale: Inutile riportare la trama di un lavoro così interessante e di cui si parla così poco. Ad una trama di facciata apparentemente scontata corrisponde una impalcatura intricata di messaggi e tematiche dal sicuro impatto sul lettore più attento. La qualità della prosa è generalmente elevata e la caratterizzazione dei personaggi risulta di ottimo livello. Alcuni passaggi a livello di trama risultano però forzati. Il mio voto finale per Noi Marziani è 9.

Nelle teorie fisiche più avanzate si studia spesso se un certo sistema goda della cosiddetta proprietà di ‘invarianza per inversione temporale’. In termini spiccioli si tratta della possibilità di filmare un fenomeno su pellicola e di visionare la registrazione una volta nel senso usuale ed una in senso inverso (potrebbe ad esempio trattarsi di un bicchiere mandato in frantumi o di centinaia di singoli pezzi di vetro pronti a ricomporsi nella forma di un bicchiere). Qualora non si riuscisse a “distinguere” nulla di anomalo tra i due casi allora avrebbe senso parlare della suddetta invarianza e interrogarsi su cosa essa comporti effettivamente.
Nella vita quotidiana non tutti i sistemi fisici con cui ci approcciamo godono di questa straordinaria proprietà anzi, il fatto che il tempo scorra in una sola ed unica direzione fa parte non solo del nostro senso comune ma anche del mondo macroscopico che ci circonda, caratterizzato da una certa irreversibilità.

La premessa di Counter-Clock World o In Senso Inverso è proprio di stampo (meta)fisico: il mondo intero entra in un nuovo stadio, un tempo caratterizzato dalla inversione dei processi e del senso della freccia temporale, una fase nota come Fase di Hobart. Questo è l’antefatto che funge da meccanismo letterario utile per presentare un mondo futuristico dove molte cose sono diverse dal solito non per merito della tecnologia. Grazie alla inversione temporale ora non è più necessario mangiare alimenti di alcuna sorta poiché l’organismo ha bisogno solamente del fantomatico (mica tanto) Saté, con cui ricostruire i cibi originariamente assorbiti, pronti da essere rigurgitati e inscatolati in apposite confezioni. Per questo motivo non si va più al supermercato per prendere ma per rilasciare scatolame e confezioni varie. Se l’aspetto gastronomico appare già singolare, quello riproduttivo è ancora più sconcertante. Non è più necessario accoppiarsi per procreare, visto che il coito non è in realtà la nascita di una nuova vita ma lo stadio terminale di un’evoluzione invertita. E se lo sgorgare della vita non parte dall’utero materno parte pertanto dal freddo rigore della tomba.

Copertina Inglese

I morti iniziano a risorgere. Uno dopo l’altro. Le loro grida vengono di volta in volta ascoltate e monitorate e una squadra di professionisti lavoratori si incarica di tirare fuori il malcapitato di turno, magari morto di vecchiaia o di una malattia degenerativa e destinato, sotto attente cure mediche, al ringiovanimento. L’arco della vita termina con la fase dell’infanzia e con la migrazione dell’individuo ad un’unica cellula madre, fecondata, pronta a scindersi in seme paterno e uovo materno, da integrare poi nel corredo genetico di due focosi amanti: il dolce sonno eterno ha inizio all’interno di un caldo utero fecondo.

E’ in questo contesto che si innesca la vicenda abbastanza marginale di Sebastian Hermes, gestore di un’impresa di recupero di risorti, un Vitarium, alle prese con la resurrezione di un personaggio scomodo, il cui secondo avvento nel mondo getterebbe scompiglio nelle alte sfere religiose. Il dramma di Hermes si intreccia inevitabilmente con i complotti di alcune terribili organizzazioni segrete. Da una parte vi è la segretissima Biblioteca, efficiente struttura dedita non alla conservazione della conoscenza ma alla sua totale eliminazione. L’altra fazione ha invece il sapore del puro fanatismo religioso. Si tratta degli Uditi, setta di uomini zelanti, dedita alla violenza e all’uso sconsiderato di sostanze psicotrope e in perenne combutta (teologica e non) con la potente Chiesa di Roma.

La vera protagonista della storia non è però la vicenda in primo piano relativa a Hermes, visto che l’intero libro vuole essere, secondo le intenzioni dell’autore, una scusante per l’indagine di temi notevolmente profondi, complicati e contraddittori quali quella della religione, della procreazione e della società.
Sul piano religioso ci si pone infatti il problema di giustificare teologicamente l’assenza totale di memoria relativa ad eventuali esperienze avute nell’aldilà prima di risorgere. Se da una parte alcuni risorti dicono di ricordare un Dio differente da quello riportato sui sacri testi, altri puntano invece puntano sulla effettiva realizzazione di diverse promesse svolte all’interno della Bibbia e dei vangeli sul risveglio dei morti dal sonno eterno. La questione appare come centrale nel corso dell’intero libro, tanto più che ogni capitolo inizia con citazioni di famosi filosofi atti a determinare o meno l’esistenza di Dio tramite gli strumenti della logica.
In secondo piano compaiono invece i contorni di una società fortemente repressa, in cui sembra imperare una legge marziale e dove l’uso di armi appare all’ordine del giorno. Un mondo distopico probabilmente analogo a quello rappresentato da Dick in molti altri suoi lavori.

Lo stile complessivo è generalmente buono e l’autore si contraddistingue sempre per una notevole immediatezza nei dialoghi, nonché in una certa bravura a intessere i risvolti psicologici dei propri personaggi principali. Si tratta di figure in pena, alla ricerca di un senso di benessere probabilmente irraggiungibile per via dell’esistenza di obiettivi impedimenti ad una comunicazione globale ed efficace. Lo stesso Hermes ha ad esempio una vita sentimentale travagliata e non riesce ad avere nella moglie, ben più giovane di lui, una vera e propria confidente fidata.

Giudizio Finale: Nonostante le ovvie incoerenze dovute all’impossibilità di rendere ciò che è logicamente irreversibile come fittiziamente reversibile, le premesse iniziali del libro risultano affascinanti ed originali. Ad una buona costruzione dei personaggi ed una trama intrigante si accostano però delle riflessioni deboli, scarsamente legate nel contesto della storia ma comunque di un certo impatto. Il finale lascia ampio poco spazio ai personaggi e risulta quasi brutale, comunque ottimamente congegnato e imprevedibile. Il mio voto finale per In Senso Inverso è 8.5.

La scena iniziale del romanzo vede un giovane diciottenne di belle speranze, Paul Porterfield, partecipare ad una esibizione di musica da camera come voltapagine del celebre pianista Richard Kerrington. Pagina dopo pagina, nota dopo nota, sul palco tra i due scocca qualcosa, più simile ad un’attrazione animale che ad altro. Sarà questo l’inizio di una tormentata storia d’amore omosessuale che si snoderà tra le affascinanti locazioni di una Roma antica e misteriosa e di una New York caotica e claustrofobica?

L’intera recensione presenta incauti spoilers.

David Leavitt è noto per il leitmotiv dell’omosessualità all’interno dei propri lavori e alcune sue opere quali ‘Ballo di Famiglia’ e ‘La lingua perduta delle Gru’ lo hanno consacrato presso il grande pubblico come uno dei migliori autori americani degli ultimi trenta anni. Peccato che della maestria e della sobrietà che lo contraddistingue ad esempio in ‘Alan Turing: L’uomo che sapeva troppo’ non c’è traccia in questo romanzo più simile ad un racconto lungo che ad un vero e proprio romanzo. I dialoghi tra i protagonisti risultano infatti banali e scontati, riflettendo personaggi deboli e poco caratterizzati sul piano emotivo. L’effetto di costruzione dei personaggi che ci si aspetterebbe all’interno di una così tortuosa storia emotiva è praticamente nullo: il giovane Paul praticamente continua a concedersi volontariamente ad uomini molto più grandi di lui, il divo Richard continua ad odiare la propria vita di pianista e ad avere tresche occasionali per rifuggire la noia mentre il suo compagno ‘fisso’, nonché suo manager, gli dichiara continuamente il proprio amore e contraccambia di nascosto intrattenendo relazioni sessuali con escort e con lo stesso protagonista. L’unico personaggio a possedere una vera e propria psicologia risulta essere quello della madre di Paul, Pamela, donna attraente e costantemente sull’orlo di una crisi di nervi per via di un matrimonio da poco naufragato. La madre di Paul scoprirà per caso l’omosessualità del figlio e si interrogherà sulla natura del proprio rapporto materno, mettendosi nuovamente in discussione. Tuttavia nonostante i buoni propositi, nemmeno Pamela subisce un vero e proprio cambiamento al termine della storia, regredendo completamente al solito ruolo unidimensionale di donna isterica. Lascia infatti allibiti il dialogo finale tra mamma e figlio in cui i due si confrontano sul tema della sessualità con uno scambio di battute scocciate, striminzite e paradossalmente prive di qualsiasi emozione. Tanto più che sembra quasi più un banale bisticcio che un vero e proprio momento di comprensione reciproca. Il fondo lo si tocca quando, dopo essersi istantaneamente rappacificata con la nuova scoperta riguardante Paul, Pamela gli chiede di andare via e lasciarla in pace per poter fare le proprie abluzioni prima di andare tranquillamente a dormire. Una piattezza emotiva desolante.

I dialoghi privi di veri contrasti risultano pertanto in una scarsa crescita psicologica dei personaggi, che rimangono esattamente gli stessi durante il corso del libro, tranne che per poche mirate eccezioni. Il problema principale della trama non è tanto la forma della narrazione, che risulta abbastanza scorrevole sebbene a tratti eccessivamente inconsistente, quanto il mancato sviluppo di un qualsiasi possibile messaggio relativo alla storia. Tutti i personaggi principali alla fine della storia risultano essere praticamente immutati.

Altro punto fondamentale è l’alto livello ormonale della storia, satura di rapporti sessuali occasionali e spregiudicati. Nella quasi totalità delle volte non si tratta di amplessi scaturiti da un sentimento sincero ma più che altro da una smania ossessiva di raggiungere il letto, da una bramosia di possedere che instaura nel lettore un senso di disagio generalizzato. Ci si sente male per la pochezza sentimentale di queste storie, destinate già in partenza a fallire e a risultare, a grandi linee, poco più che squallide.

Nota positiva del racconto restano le belle descrizioni, anche se piuttosto succinte, dell’ambientazione romana, dove aleggia un alone di spensieratezza e di positività. Anche il tema principale della musica, accanto alle numerose e mai fuori luogo citazioni di compositori celebri e di opere famosissime, contribuisce ad arricchire la altrimenti esile storia di sesso e passione.

Giudizio Finale: Un racconto lungo eccessivamente ormonale e liberale, dallo scarso contenuto formativo e dall’alto valore intrigante, al pari di una tormentata soap opera televisiva. I personaggi in gioco sono deboli e scarsamente motivati. Le ambientazioni romane sono ricche di dettagli e ben strutturate. Il mio voto finale per Il Voltapagine è 6.

Il titolo di questo pezzo è un chiaro richiamo alla straordinarietà del libro in esame, scritto a quattro mani da due grandi professionisti del giallo e del noir come Camilleri e Lucarelli.
La struttura è quella del racconto lungo epistolare.
I due protagonisti della storia, il siciliano commissario Salvo Montalbano e la pervicace investigatrice Grazia Negro, risultano coinvolti in una investigazione dai contorni foschi. Un uomo, originario di Vigata, viene ritrovato morto nella cucina del suo appartamento a Bologna. Apparentemente un caso di suicidio. Sulla scena del delitto compaiono una busta di plastica, due pesciolini rossi e tanta acqua. Eppure alcuni dettagli sono mancanti. La vittima non indossa una scarpa e non ha al polso il suo solito orologio di sempre. Si tratta di dettagli insignificanti o di colossali indizi? E come mai l’investigatrice Negro, affidata inizialmente al caso, viene improvvisamente dirottata verso altri casi? Qualcosa non va. Qualcuno non dice la verità. E qualcun altro morirà.

Lo scambio epistolare tra i protagonisti nasce per volontà di Grazia, che desidera ricevere da Salvo opinioni e informazioni aggiuntive sul caso. La faccenda però va tenuta segreta ed ecco allora che per tutto il racconto i due poliziotti dovranno ricorrere a missive criptate, messaggeri insospettabili, falsi nominativi e trappole astute.
Dal punto di vista del lettore tutto questo si traspone in un alto livello di attenzione da mantenere più o meno costantemente, al fine di comprendere i particolari e ben interpretare il corso degli eventi. Ci si chiederà come mai Salvo faccia recapitare a Grazia un vassoio di deliziosi cannoli oppure cosa ci faccia una strana sequenza di numeri al termine di un messaggio ambiguo.
La difficoltà degli stratagemmi utilizzati non è mai eccessiva ed essi risultano così ben amalgamati con la linea degli eventi narrati da diventare in definitiva utili stimoli che vivacizzano il racconto stesso.

La trama in sé ha alcuni colpi di scena minori ma già dalle ultime trenta pagine si comprende chiaramente la fine della storia.
Seguono ulteriori spoiler.

Il finale si risolve in una bolla di sapone. Il mistero iniziale della morte dell’uomo con i pesci viene liquidato in una battuta da un personaggio femminile incontrato nel corso degli eventi. I due protagonisti, messi in serio pericolo dalle loro stesse indagini, tornano beatamente alla loro vita di sempre, convinti in modo ostinato e scarsamente credibile che sia finito tutto bene. Ovviamente un finale del genere è necessario per esigenze di scena letteraria e per la necessità di garantire ad entrambi gli autori piena libertà sullo sviluppo dei rispettivi personaggi. Eppure comunque le cose non convincono.
Anche perché dei due la più esposta è la stessa Grazia Negro, che al termine del libro torna a lavorare tranquillamente e pacificamente nello stesso dipartimento in cui si trovano gli stessi superiori doppiogiochisti che la avrebbero prima sospesa dal caso e poi sabotata ripetutamente.
Ed anche l’antagonista del racconto appare piuttosto scialba, poco convincente e mossa da motivi futilmente sottointesi.
Comunque va riportato che problemi di questo tipo sono in parte dovuti ai limiti della struttura epistolare del racconto, che impone sempre e solo i due punti di vista di Montalbano e Negro e lascia poco spazio ad eventuali comprimari.
Nelle ultime pagine però si percepisce una certa fretta nella narrazione e una volontà perentoria di voler chiudere con il classico ‘e tutti tornarono alle loro vite tranquille’.

Da segnalare l’innovazione perseguita dagli autori, che allegano alle epistole dei due poliziotti anche finti dossier, documenti riservati, foto e biglietti identificativi, allo scopo di aumentare l’immedesimazione del lettore nelle indagini. L’idea è proprio questa: permettere a chi legge di raccogliere alcuni elementi di base e fare delle previsioni sull’andamento delle indagini e sui possibili sospetti.

L’equilibrio tra due personalità forti come quelle di Grazia e Salvo è precario. In larga parte la fila dei fatti è portata avanti da Montalbano, qui perspicace come non mai. Grazia Negro appare per tutta la prima parte del racconto, e anche nel finale, quasi una subordinata di Salvo, sempre pronta a chiedere spiegazioni e delucidazioni al collega con una frequenza che ha quasi dell’irritante. Solo nelle pagine centrali del racconto la donna si dimostra essenziale per le indagini e fa sfoggio della propria grinta e determinazione.
Numerosi sono i personaggi comprimari ‘famosi’ che vengono citati nel libro, quali la gelosissima Livia, eterna fidanzata di Salvo, l’apprensivo Simone, il compagno cieco di Grazia, per non parlare poi dei divertenti Catarella, Fazio e Augello.

I proventi delle circa 96 pagine di ‘Acqua in Bocca’, accompagnato poi da un’altra manciata di pagine contenenti l’antefatto e la genesi del lavoro, saranno devoluti ad associazioni benefiche, come riportato dagli autori.

GIUDIZIO FINALE: il libro si presta ad una lettura veloce ma richiede un grado di attenzione non indifferente. La storia è inizialmente intrigante ma viene stravolta nel seguito e banalizzata nel finale. Interessante la multimedialità dell’opera, che riporta anche fascicoli, referti e foto riguardanti le indagini. La struttura epistolare soffoca lo sviluppo di nuovi personaggi comprimari efficacemente caratterizzati. La seconda parte del racconto è poco soddisfacente e piuttosto frettolosa.
Il mio voto finale per ‘Acqua in Bocca’ è di 7,85.

‘La Boutique del Mistero’ è una interessante raccolta di racconti di Dino Buzzati, noto giornalista, scrittore e pittore italiano. Non c’è alcun filo logico consequenziale che leghi i trentuno racconti brevi presenti, sebbene molti siano comuni per tematiche di fondo e tecniche narrative.

Tra i temi trattati il principale è il senso del tempo. Ne ‘Sette Piani’ la degenza in una lussuosa clinica viene legata strettamente allo scorrere della vita, in cui ogni piano rappresenta la gravità di una malattia terribile, gravità sistemata in ordine sequenziale: al piano 7 vi sono, infatti, solo malati afflitti dai primi sintomi, al 6 quelli leggermente più gravi, al 5 quelli in cui il morbo è in stato avanzato e così via, sino al terribilmente ignoto piano 1. Un luogo tremendamente silenzioso. La discesa compiuta lungo la degenza è la chiara chiave della metafora della vita, trascorsa non senza l’illusione o la volontà perentoria di rimanere sempre giovani e felici. Anche in ‘Ragazza che precipita’ compare un simbolismo simile.

Un’altra tematica principale è la presenza costante della morte, vista come una liberazione ineguagliabile ne ‘Lo scaraffaggio’ ed invece inquadrata come un vero e proprio appuntamento infallibile ne ‘La goccia’. A questo elemento si unisce un certo senso di beffa e di tragica ironia, presente in molti racconti, quali ‘Il disco si posò’ o ‘La fine del mondo’ o ‘Il colombre’ o ancora ‘I santi’ o ‘Il cane che ha visto Dio’. In tutti questi lavori si palpa chiaramente un ribaltamento dei ruoli della società quotidiana, che emergono da situazioni estreme o inverosimili e che mettono in luce la limitatezza dell’azione umana e la fallibilità del nostro operato. Viene ad esempio narrato di un prete che deve confessare la folla prima dell’imminente Giudizio Finale e che tuttavia fugge via per cercare di farsi confessare a sua volta. Oppure si parla di un marinaio che accetta una tragedia personale e vive una intera vita nel rimorso e nell’accettazione di un destino sofferente, che si rivela infine completamente errato. L’aspetto emergente è un senso di beffa vera e propria, insostenibile e scaturita da sacrifici inutili e accettati con un misto di stoicismo e stoltezza.

Molti altri sono gli straordinari racconti di questa collezione del 1968, il cui titolo è dovuto alla presenza dell’elemento magico e surreale che pervade l’opera, dal forte simbolismo e dai notevoli spunti di riflessione. Ne ‘I sette messaggeri’, ad esempio, viene narrato il viaggio di un principe verso i confini del proprio regno. Al fine di poter mantenere i contatti con casa propria, il giovane rampollo si fa accompagnare da sette messaggeri, il cui incarico è quello di instaurare una corrispondenza con il paese natale. Tuttavia, mano a mano che il viaggio procede e ci si allontana dalla terra madre, le missive consegnate iniziano a diventare più rade e sempre meno recenti. L’intero racconto pare ispirato al formalismo matematico, infatti la durata complessiva del viaggio di esplorazione è circa pari alla somma dei viaggi, via via sempre più lunghi, compiuti dai messaggeri. Tale somma non è altro che l’esperienza di una ‘serie divergente’.

Giudizio Finale: Sarebbe un affronto imperdonabile dare un voto ad un lavoro così interessante e profondo. L’intera recensione non vuole essere altro che un innocente invito alla lettura. Si ricordi che l’eclettico Buzzati rappresenta forse uno dei migliori artisti moderni italiani ed è al contempo piuttosto sconosciuto tra le nuove generazioni, che passano anni a studiare ‘Divina Commedia’ e ‘I Promessi Sposi’ e non godono di una formazione letteraria moderna.

Cosa scatena nella nostra mente la parola ‘futuro’? Nei più speranzosi essa sarà sinonimo di gioia, progresso, nuove tecnologie, nuove scoperte, mondi inesplorati e una vita mediamente più comoda ed agiata. Nei meno ottimisti invece essa porterà i fantasmi di una globalizzazione opprimente, di un progresso tecnologico invadente e schiavizzante e di un incremento esponenziale dei livelli di stress e di omologazione, a prezzo dell’originale identità di ogni essere umano.

Quelli prospettati sono solo due di una infinita serie di scenari, in cui è incluso anche il panorama magistralmente descritto da G. Orwell in 1984. Il libro è diventato tristemente famoso per via di un programma televisivo e, anzi, probabilmente i lettori più giovani conosceranno solo il Grande Fratello per motivi tutt’altro che cartacei. E’ anche per questo che NonUnSoloSpettacolo vuole proporre questo piccolo commento, una sorta di omaggio ad un capolavoro della letteratura internazionale, con la sciocca presunzione di istigare alla lettura.

1984, o Nineteen Eighty-Four, è stato scritto alla fine del 1948 e pubblicato poi l’anno successivo e si tratta di una delle ultime opere del giornalista inglese George Orwell, sempre fortemente interessato agli accadimenti del mondo politico contemporaneo. 1984 è un’utopia negativa o distopia, ossia un mondo fittizio, che non è realmente esistente in alcun luogo e che rappresenta un sogno distorto e corrotto, tramutatosi in un vero e proprio incubo. Nel macrocosmo del romanzo, infatti, nell’anno di grazia 1984, l’intero pianeta è diviso in tre grandi potenze, Eurasia, Estasia e Oceania, con equilibri diplomatici precari e dalla comune ambizione per la conquista del mondo. Un gioco caro in termini di vite ed estremo in termini di identità.

La popolazione dell’Oceania, ad esempio, è tenuta appena al di sotto della soglia della povertà, abilmente manovrata nelle intenzioni dal Partito, una congregazione di uomini misteriosi e pubblicamente impegnati nell’assicurare uguaglianza, libertà e benessere. Capo di questa organizzazione è un misterioso figuro di nome Grande Fratello, mosso ad icona popolare e la cui effigie è presente in ogni cartellone pubblicitario, su ogni etichetta, su qualsiasi indicazione, insomma in ogni dove. Sguardo virile e folti baffi neri, il Grande Fratello rilascia quotidianamente dichiarazioni su dichiarazioni riguardo l’andamento della guerra, esaltando ora le abilità del Partito e incolpando quindi un altro oscuro figuro, di nome Emmanuel Goldstein, di tutti i fallimenti o gli imprevisti incontrati sul cammino burocratico, sociale, politico ed economico.

In questo contesto viene narrata da vicino la storia di un comune abitante dell’Oceania, residente in una Londra fatiscente e sudicia, di nome Winston Smith, assillato dai dubbi riguardo l’effettiva veridicità delle affermazioni del Partito e travolto nell’ordine dal sospetto, dall’amore, dalla consapevolezza di sé stessi, dal ricordo e quindi dalla disperazione, dal rimpianto e da una inflessibile accettazione degli altri.

La vicenda di Smith è in realtà un espediente utilissimo per permettere ad Orwell di delineare con estrema facilità e fluidità i concetti principali della nuova società del 1984, partendo dal Socing, nuova forma di comunismo che si rivela essere più vicino ad una povertà diffusa che ad un benessere condiviso. La carrellata prosegue con l’individuazione della volontà perentoria del Partito di dominare le masse rendendole via via più deboli ed ignoranti, soggiogandole con le arti sublimi della pornografia, del gossip, del gioco d’azzardo e dell’alcol ed inducendole ad utilizzare un linguaggio sempre più stringato, sempre meno sfumato, sempre meno complesso e sempre più vicino alla semplice gestualità di un burattino.

In questo gioco allo stordimento, il ruolo principale viene ricoperto dal concetto di Bispensiero: la capacità di poter asserire un fatto pur essendo al contempo consapevoli della mendacità delle proprie affermazioni e giustificando pur comunque il proprio operato, con una abbondante dose di inconsapevolezza, sfrontatezza e vanagloria. La realtà che imita l’arte o l’arte che imita la (nostra) realtà?

Nell’ottica del Bispensiero si scoprono le vere intenzioni del Partito, i veri motivi della guerra, la reale gravità del Socing, le effettive possibilità di redenzione, la vera identità del Grande Fratello e la sublime ed inquietante trasformazione che ha subito il personaggio di Goldstein. Il tutto in un finale piuttosto forte, coinvolgente e tremendamente filosofico. L’intera distopia ed il Bispensiero si basano infatti su un’unica domanda: cosa accadrebbe se non esistesse la Realtà Oggettiva?

La nostra esistenza sarebbe un punto di vista variabile? Il passato di una persona potrebbe mutare a seconda dei punti di vista? E cosa accadrebbe ai più importanti eventi storici? Cosa ne sarebbe della certezza del passato? Quale importanza avrebbe l’identità di un individuo costretto a vivere un istantaneo presente senza un’identità?

Giudizio Finale: Non è possibile valutare un capolavoro del genere, che sale di diritto nel gruppo delle letture indispensabili. Si tratta comunque di una lezione di politica in piena regola, camuffata e resa più digeribile attraverso l’espediente del romanzo.

Una tragica presa di coscienza del mondo politico degli anni Quaranta. Ricordiamo, tuttavia, che la Storia è fatta di “corsi e ricorsi”.