In questa nuova rubrica di NonUnSoloSpettacolo sarà dato ampio spazio a brevissime (quasi telegrafiche) recensioni di pellicole da vedere al cinema o a casa, in un momento di semplice relax, di giocoso svago o di ricercata evasione!

Black Swan – Il Cigno Nero (2010)

Affascinante pellicola di Darren Aronofsky al confine tra il thriller psicologico e la più classica tragedia. Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina del New York City Ballet afflitta da una vita familiare compulsiva e dalle mille pressioni del mondo della danza. Piccoli e impercettibili sono i soprusi che ha subito nel corso della sua vita e che nonostante tutto sembrano essere del tutto ininfluenti nel suo stile leggero, delicato, aggraziato ma stranamente privo di qualsiasi emozione. La giovane punta alla perfezione dei movimenti e con questo solo desiderio continua a vivere una vita priva di affetti, avulsa da qualsiasi barlume di indipendenza. Eppure tutto va bene. Il balletto è l’unica cosa che importa. Ballare è indispensabile. Ballare bene è necessario. Ballare divinamente è tutto. Ballare è l’unica cosa che conta. Ballare è l’unica cosa che conta?

Una narrazione lineare ma scomposta gioca bene le proprie carte, rendendo sordidi i silenzi altrimenti banali e quasi inquietanti le altrimenti comuni manie della protagonista. Il finale è un crescendo continuo di emozioni e rivelazioni forsennate. Sullo sfondo la metafora dello spettacolo nello spettacolo, la messa in scena de ‘Il Lago dei Cigni’, che diventa occasione di indagine interiore utile a gettare luce sull’improcrastinabile conflitto tra Es ed Io.

Giudizio Finale: 9.

In sintesi: Regia convincente, trama appassionante e ricca di spunti di riflessione, doppiaggio di buon livello per un cast originale straordinario, sceneggiatura soddisfacente. Voto finale 9.

Scott Pilgrim vs The World (2010)

Il taglio di questa pellicola, diretto da Edgar Wright, è completamente differente rispetto ai canoni classici. Il giovane Scott Pilgrim (Michael Cera) si innamora perdutamente di una ragazza dall’acconciatura eccentrica e cerca in tutti i modi di attirarne l’attenzione. Quello che non sa è che il diritto di corteggiare la pulzella in questione gli sarà concesso solo una volta che avrà sconfitto in una serie di duelli all’ultimo sangue i sette “malvagi” ex fidanzati della giovane. Fin qui sembra tutto abbastanza banale. A ravvivare notevolmente la narrazione ci penserà una sceneggiatura a dir poco geniale, in grado di miscelare ottimamente elementi propri del mondo dei videogiochi e dei fumetti. Se infatti da una parte ci saranno battute vivaci e inquadrature dinamiche a non finire (con tanto di scritte animate onomatopeiche per i suoni del campanello o del basso) dall’altra la dinamica dei duelli sarà affrontata con scontri acrobatici e rocamboleschi, uno sempre differente dall’altro.

Una sana dose di violenza, nonostante la completa assenza di sangue, scandisce bene tali fasi dinamiche. Ogni duello inizia come nei più classici picchiaduro con delle inquadrature dei duellanti e la canonica scritta ‘VS’ mentre al termine del contenzioso il perdente si trasformerà in una manciata di gettoni, utili per prendere il bus o comprare un caffè. L’immaginario complessivo delle lotte ricorda molto il videogioco ‘No More Heroes’, tanto più che in una certa scena arriva anche il momento dell’intramontabile LEVEL UP con nuove e sfolgoranti katane luminose.

Giudizio Finale: 9.

In sintesi: Regia fuori dagli schemi per un cast di volti poco noti ma ottimamente calati nelle parti. Situazioni eccentriche, scontri imprevedibili e dai tanti risvolti meta-ludici rendono il film assolutamente imperdibile per qualsiasi appassionato di videogames. Voto finale 9.

Le stagioni si avvicendano ripetutamente e tutto si trasforma: i grandi spazi verdi e desolati si riempiono di immense costruzioni affollate, fiumi interi erodono le coste del proprio letto, piccoli soggiorni impolverati si riempiono di cimeli inestimabili, le strade asfaltate si allungano e si intrecciano e gli itinerari crescono per complessità. Esattamente come i silenziosi cimiteri. Perché in fondo la crescita è solo una faccia dello scorrere del tempo, essendo l’altro lato della medaglia la corruzione.

Nulla sfugge al deterioramento. Il nostro corpo invecchia sotto l’azione di continui processi metabolici inarrestabili. Le costruzioni più imperiture tendono ad ossidarsi, sgretolarsi, ammuffirsi e ricoprirsi di erbacce o di crepe. Cosa rimarrebbe delle nostre case attuali dopo poco più di cent’anni di completo abbandono e desolazione?

Questa domanda è alla base di Noi Marziani, in inglese Martian Time-Slip, lavoro pubblicato da Philip K. Dick nel 1964, probabile riedizione di una novella a sfondo fantascientifico scritta da Dick l’anno precedente. Nel libro viene dato finalmente spazio alla comunità umana che risiede sul poco fertile pianeta rosso, citata più volte in altre opere dello scrittore. Le condizioni di vita lontano dalla Terra sono precarie: gli appartamenti sono claustrofobici, i trasporti scomodi e piuttosto costosi, il lavoro compulsivo e la merce su mercato quasi sempre di seconda o addirittura terza mano. E’ in questo scenario che si dipana la storia principale del romanzo, ancora una volta trampolino di lancio per una riflessione approfondita su temi universali quali il deterioramento, il senso del tempo, il tema della comunicazione e la questione sociale delle minoranze etniche.

Deterioramento. Segno del passare del tempo. Prova tangibile dell’esistenza di ieri e domani e della loro effettiva diversità. Se lo scorrere dei minuti appariva un’illusione ad alcuni pensatori dell’Età Moderna, in Noi Marziani il tema del putridume e del logoramento sono argomenti più che efficaci a dimostrare l’ineffabilità del tempo e svolgono il principale ruolo di antitesi opposta alla vitalità degli uomini e al loro atavico impulso alla trasmissione della vita tramite la progenie.

Il senso del tempo. Lo scorrere del tempo è simile all’operazione di tratteggiare una riga su un foglio e seguirne il verso o piuttosto è più vicino ad una forma geometrica chiusa, magari una circonferenza, dove ogni cosa passata è destinata a tornare prima o poi? Soprattutto nella seconda parte del libro, alcuni avvenimenti narrati, dal sapore largamente mistico, indurranno una certa propensione particolare a questo secondo aspetto. Anche se non è da sottovalutare una terza possibilità. Il susseguirsi degli istanti potrebbe non essere unico ma variegato, complesso. Il disegno del foglio sarebbe un albero, alla base una situazione iniziale con tanti, tantissimi bivi a disposizione, alcuni dalle sfaccettature inquietanti. In un universo dalle molteplici realtà, in una sorta di collezione di Molti Mondi, potrebbe esserci un piano dell’esistenza dove uomo e macchina si sono fusi insieme, generando un’abominazione puramente meccanica ma dalle stesse capacità intellettive di un uomo. Chi potrebbe mai visitare questi piani della realtà? Chi potrebbe mai attraversare la stretta barriera tra un piano e l’altro?

La comunicazione o meglio la comunicabilità. Una delle figure principali della trama è un bambino, il piccolo Manfred Steiner, affetto da autismo e per questo quasi completamente isolato dal mondo esterno. Apparentemente. Nel corso della storia Manfred sarà il centro di rotazione di diversi drammi personali, dal gesto estremo del padre, Norbert Steiner, alle folli mire commerciali dello spietato Arnie Kott, dalla travagliata vita sentimentale di Silvia Bohlen alla continua ricerca di redenzione del marito, Jack Bohlen, anche lui affetto da disturbi psicotici e proprio per questo desideroso di una vita comune. La percezione che l’autistico Manfred avrà di tutti questi personaggi sarà legata indubbiamente al tempo e alle sue possibili forme. Particolarmente interessante l’idea che riaffiora in alcune scene riguardanti il piccolo e Jack, entrambi alle prese con l’idea che il disagio psicologico sia la chiave effettiva di un’alterata percezione del “disegno” temporale, con tutte le possibili implicazioni del caso…

Infine il tema delle minoranze etniche. Marte non è un pianeta completamente inospitale e disabitato. I marziani però sono estremamente simili agli esseri umani, con una carnagione decisamente più scura ed un’attitudine completamente differente nei riguardi della società rispetto al tipico modello occidentale capitalistico, sulla falsa riga degli indiani o delle popolazioni autoctone del Sud Africa. Esattamente come le loro controparti reali, anche i Bleekman risulteranno essere soggetti a schiavitù ed emarginazione razziale. L’uomo può essere essere sufficientemente evoluto da superare le barriere dello spazio e del cielo ma resta comunque incapace di valicare i confini di una fratellanza genuina e totalizzante.

Se da una parte i contenuti risultano estremamente forti e talvolta forse semplicemente solo sfiorati, dall’altra la narrazione è piacevolmente scorrevole, dotata di una punteggiatura ricca ma mai opprimente. I dialoghi risultano sufficientemente veritieri ed estremamente scorrevoli, dando luogo a una efficace caratterizzazione collaterale di eventi e persone. Il cast di personaggi secondari è ricco e aumenta notevolmente il realismo dell’ambientazione, globalmente curata e vivida. Alcuni passaggi a livello logico risultano comunque forzati e trattati in maniera piuttosto frettolosa, forse anche per non appesantire eccessivamente il ritmo della prosa.

Giudizio Finale: Inutile riportare la trama di un lavoro così interessante e di cui si parla così poco. Ad una trama di facciata apparentemente scontata corrisponde una impalcatura intricata di messaggi e tematiche dal sicuro impatto sul lettore più attento. La qualità della prosa è generalmente elevata e la caratterizzazione dei personaggi risulta di ottimo livello. Alcuni passaggi a livello di trama risultano però forzati. Il mio voto finale per Noi Marziani è 9.

Una nuova finestra sul web: Epicarmo

Pubblicato: 02/03/2011 da MS in Senza categoria
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Nasce un nuovo, imperdibile, appuntamento sul web per gli appassionati di matematica e fisica alla ricerca di chincaglierie sfiziose e ricche di riferimenti: Epicarmo.

Al momento sono già disponibili  i contenuti relativi a:

  • il misterioso funzionamento dei pattini (è veramente misterioso e apre un panorama inaspettatamente vasto);
  • un’atavica questione che riguarda tutti gli uomini, per lo meno quelli non alla ricerca dell’esibizionismo sfrenato!

Pagine da leggere per svago, da cui imparare sul serio.

Buona lettura!

Nelle teorie fisiche più avanzate si studia spesso se un certo sistema goda della cosiddetta proprietà di ‘invarianza per inversione temporale’. In termini spiccioli si tratta della possibilità di filmare un fenomeno su pellicola e di visionare la registrazione una volta nel senso usuale ed una in senso inverso (potrebbe ad esempio trattarsi di un bicchiere mandato in frantumi o di centinaia di singoli pezzi di vetro pronti a ricomporsi nella forma di un bicchiere). Qualora non si riuscisse a “distinguere” nulla di anomalo tra i due casi allora avrebbe senso parlare della suddetta invarianza e interrogarsi su cosa essa comporti effettivamente.
Nella vita quotidiana non tutti i sistemi fisici con cui ci approcciamo godono di questa straordinaria proprietà anzi, il fatto che il tempo scorra in una sola ed unica direzione fa parte non solo del nostro senso comune ma anche del mondo macroscopico che ci circonda, caratterizzato da una certa irreversibilità.

La premessa di Counter-Clock World o In Senso Inverso è proprio di stampo (meta)fisico: il mondo intero entra in un nuovo stadio, un tempo caratterizzato dalla inversione dei processi e del senso della freccia temporale, una fase nota come Fase di Hobart. Questo è l’antefatto che funge da meccanismo letterario utile per presentare un mondo futuristico dove molte cose sono diverse dal solito non per merito della tecnologia. Grazie alla inversione temporale ora non è più necessario mangiare alimenti di alcuna sorta poiché l’organismo ha bisogno solamente del fantomatico (mica tanto) Saté, con cui ricostruire i cibi originariamente assorbiti, pronti da essere rigurgitati e inscatolati in apposite confezioni. Per questo motivo non si va più al supermercato per prendere ma per rilasciare scatolame e confezioni varie. Se l’aspetto gastronomico appare già singolare, quello riproduttivo è ancora più sconcertante. Non è più necessario accoppiarsi per procreare, visto che il coito non è in realtà la nascita di una nuova vita ma lo stadio terminale di un’evoluzione invertita. E se lo sgorgare della vita non parte dall’utero materno parte pertanto dal freddo rigore della tomba.

Copertina Inglese

I morti iniziano a risorgere. Uno dopo l’altro. Le loro grida vengono di volta in volta ascoltate e monitorate e una squadra di professionisti lavoratori si incarica di tirare fuori il malcapitato di turno, magari morto di vecchiaia o di una malattia degenerativa e destinato, sotto attente cure mediche, al ringiovanimento. L’arco della vita termina con la fase dell’infanzia e con la migrazione dell’individuo ad un’unica cellula madre, fecondata, pronta a scindersi in seme paterno e uovo materno, da integrare poi nel corredo genetico di due focosi amanti: il dolce sonno eterno ha inizio all’interno di un caldo utero fecondo.

E’ in questo contesto che si innesca la vicenda abbastanza marginale di Sebastian Hermes, gestore di un’impresa di recupero di risorti, un Vitarium, alle prese con la resurrezione di un personaggio scomodo, il cui secondo avvento nel mondo getterebbe scompiglio nelle alte sfere religiose. Il dramma di Hermes si intreccia inevitabilmente con i complotti di alcune terribili organizzazioni segrete. Da una parte vi è la segretissima Biblioteca, efficiente struttura dedita non alla conservazione della conoscenza ma alla sua totale eliminazione. L’altra fazione ha invece il sapore del puro fanatismo religioso. Si tratta degli Uditi, setta di uomini zelanti, dedita alla violenza e all’uso sconsiderato di sostanze psicotrope e in perenne combutta (teologica e non) con la potente Chiesa di Roma.

La vera protagonista della storia non è però la vicenda in primo piano relativa a Hermes, visto che l’intero libro vuole essere, secondo le intenzioni dell’autore, una scusante per l’indagine di temi notevolmente profondi, complicati e contraddittori quali quella della religione, della procreazione e della società.
Sul piano religioso ci si pone infatti il problema di giustificare teologicamente l’assenza totale di memoria relativa ad eventuali esperienze avute nell’aldilà prima di risorgere. Se da una parte alcuni risorti dicono di ricordare un Dio differente da quello riportato sui sacri testi, altri puntano invece puntano sulla effettiva realizzazione di diverse promesse svolte all’interno della Bibbia e dei vangeli sul risveglio dei morti dal sonno eterno. La questione appare come centrale nel corso dell’intero libro, tanto più che ogni capitolo inizia con citazioni di famosi filosofi atti a determinare o meno l’esistenza di Dio tramite gli strumenti della logica.
In secondo piano compaiono invece i contorni di una società fortemente repressa, in cui sembra imperare una legge marziale e dove l’uso di armi appare all’ordine del giorno. Un mondo distopico probabilmente analogo a quello rappresentato da Dick in molti altri suoi lavori.

Lo stile complessivo è generalmente buono e l’autore si contraddistingue sempre per una notevole immediatezza nei dialoghi, nonché in una certa bravura a intessere i risvolti psicologici dei propri personaggi principali. Si tratta di figure in pena, alla ricerca di un senso di benessere probabilmente irraggiungibile per via dell’esistenza di obiettivi impedimenti ad una comunicazione globale ed efficace. Lo stesso Hermes ha ad esempio una vita sentimentale travagliata e non riesce ad avere nella moglie, ben più giovane di lui, una vera e propria confidente fidata.

Giudizio Finale: Nonostante le ovvie incoerenze dovute all’impossibilità di rendere ciò che è logicamente irreversibile come fittiziamente reversibile, le premesse iniziali del libro risultano affascinanti ed originali. Ad una buona costruzione dei personaggi ed una trama intrigante si accostano però delle riflessioni deboli, scarsamente legate nel contesto della storia ma comunque di un certo impatto. Il finale lascia ampio poco spazio ai personaggi e risulta quasi brutale, comunque ottimamente congegnato e imprevedibile. Il mio voto finale per In Senso Inverso è 8.5.

Oggigiorno vanno di moda i vampiri belli, tenebrosi, stranamente interessati a quindicenni in piena tempesta ormonale e dai nomi ‘graziosi’. Insomma bellimbusti dai toni decisamente più romanzati dei buoni vecchi esempi di una volta.
A riportarci ai bei tempi dei veri principi della notte ci pensa Marco Vallarino, scrittore e giornalista ligure con una consolidata carriera nel mondo del noir alle spalle, con la sua ultima fatica: Darkiss! Il bacio del vampiro.

Il nostro alter ego virtuale questa volta sarà Martin Voigt, crudele e terribile compare di Dracula, deceduto ufficialmente dieci anni prima con un paletto al cuore e oggi ufficiosamente ritornato in circolazione grazie all’oscuro potere di una certa vampira il cui nome è preso dritto dritto dalla mitologia mesopotamica. Il ritorno di Voigt non sarà tutto rose e fiori: il suo covo è ora infestato di trappole e di enigmi curiosi, appositamente costruiti per tenere alla larga gli intrusi ed ora magnificamente adatti a rallentare l’ascesa del signore oscuro, che brama nuovamente la libertà.

L’avventura ricorda tanto lo stile classico: una narrazione pretestuosa iniziale come motivazione al gioco, una serie di camere da esplorare con tanto di enigmi strategici (combinazioni numeriche, esplorazione, combinazioni di oggetti) ed interazioni spassose e appaganti (ricordate sempre che i vampiri sono esperti nel succhiar sangue, non nel contare o nello scrivere le moltiplicazioni con una più sintetica croce…). Insomma niente di rivoluzionario sul piano delle meccaniche di gioco, fatto controbilanciato da una notevole cura nelle descrizioni degli ambienti e dei luoghi, talvolta anche estremamente sintetiche e per questo adatte a piattaforme mobili, oggi ampiamente diffuse. Unico problema relativo alla presentazione dei testi è il fatto che spesso e volentieri capita che le uscite alle stanze non siano facilmente individuabili e sia pertanto necessario tracciare una mappa delle (comunque non troppe) locazioni da esplorare per non confondersi.

La difficoltà media degli enigmi non è eccessiva, sebbene capiti ogni tanto una sporadica caccia al verbo o alla locazione giusta (soprattutto nella terribile stanza delle torture). Comunque il giocatore è quasi sempre ripagato per il proprio impegno grazie a descrizioni ispirate o a dialoghi decisamente sopra le righe. La longevità dell’intera avventura supera decisamente il paio d’ore e lo stesso autore ha dichiarato di avere in cantiere altri nuovi, affascinanti capitoli.

Degno di nota è il battage messo in moto dall’autore per la giusta promozione di un lavoro così valido: un gruppo su Facebook, un sito dedicato, diversi materiali bonus aggiuntivi e addirittura la top five dei primi cinque avventurieri a concludere le gesta del cattivissimo Voigt. Viene da chiedersi se non sia ormai questa la vera strada da intraprendere se si vuole restare nel bacino di risonanza dei giocatori italiani di IF, che oggigiorno si può scoprire l’intero mondo delle avventure testuali anche grazie a Sheldon Cooper e al “più potente motore grafico mai esistito”.

Giudizio Finale: I contorni noir possono non risultare gradevoli a tutti ma si tratta di una pura questione di gusti, poiché Darkiss ha un’ottima atmosfera e meccaniche di gioco che, sebbene risultino abbastanza classiche, sono generalmente piacevoli e valide. Ci sono tutti gli elementi per sperare che, con l’aggiunta dei capitoli aggiuntivi, questa diventi una delle prossime saghe “blockbuster” del futuro dell’IF. Il mio voto finale per Darkiss è 8.5.

Un nuovo link nella collezione!

Pubblicato: 22/02/2011 da MS in inform
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Oltre ai fantastici siti di Leonardo Boselli (Mille e Una Avventura) e di Tristano Ajmone (Zen Factor) oggi sbarca su NonUnSoloSpettacolo anche L’Allegro Avventuriero:
http://avventuretestuali.blogspot.com/
Il sito è gestito da Marco Falcinelli, precedentemente gestore del noto sito IFItalia, e oggi blogger esperto in materia di narrazione interattiva, attento alle novità del mondo Inform e alle curiosità delle più recenti avventure nostrane. Buona lettura!

La scena iniziale del romanzo vede un giovane diciottenne di belle speranze, Paul Porterfield, partecipare ad una esibizione di musica da camera come voltapagine del celebre pianista Richard Kerrington. Pagina dopo pagina, nota dopo nota, sul palco tra i due scocca qualcosa, più simile ad un’attrazione animale che ad altro. Sarà questo l’inizio di una tormentata storia d’amore omosessuale che si snoderà tra le affascinanti locazioni di una Roma antica e misteriosa e di una New York caotica e claustrofobica?

L’intera recensione presenta incauti spoilers.

David Leavitt è noto per il leitmotiv dell’omosessualità all’interno dei propri lavori e alcune sue opere quali ‘Ballo di Famiglia’ e ‘La lingua perduta delle Gru’ lo hanno consacrato presso il grande pubblico come uno dei migliori autori americani degli ultimi trenta anni. Peccato che della maestria e della sobrietà che lo contraddistingue ad esempio in ‘Alan Turing: L’uomo che sapeva troppo’ non c’è traccia in questo romanzo più simile ad un racconto lungo che ad un vero e proprio romanzo. I dialoghi tra i protagonisti risultano infatti banali e scontati, riflettendo personaggi deboli e poco caratterizzati sul piano emotivo. L’effetto di costruzione dei personaggi che ci si aspetterebbe all’interno di una così tortuosa storia emotiva è praticamente nullo: il giovane Paul praticamente continua a concedersi volontariamente ad uomini molto più grandi di lui, il divo Richard continua ad odiare la propria vita di pianista e ad avere tresche occasionali per rifuggire la noia mentre il suo compagno ‘fisso’, nonché suo manager, gli dichiara continuamente il proprio amore e contraccambia di nascosto intrattenendo relazioni sessuali con escort e con lo stesso protagonista. L’unico personaggio a possedere una vera e propria psicologia risulta essere quello della madre di Paul, Pamela, donna attraente e costantemente sull’orlo di una crisi di nervi per via di un matrimonio da poco naufragato. La madre di Paul scoprirà per caso l’omosessualità del figlio e si interrogherà sulla natura del proprio rapporto materno, mettendosi nuovamente in discussione. Tuttavia nonostante i buoni propositi, nemmeno Pamela subisce un vero e proprio cambiamento al termine della storia, regredendo completamente al solito ruolo unidimensionale di donna isterica. Lascia infatti allibiti il dialogo finale tra mamma e figlio in cui i due si confrontano sul tema della sessualità con uno scambio di battute scocciate, striminzite e paradossalmente prive di qualsiasi emozione. Tanto più che sembra quasi più un banale bisticcio che un vero e proprio momento di comprensione reciproca. Il fondo lo si tocca quando, dopo essersi istantaneamente rappacificata con la nuova scoperta riguardante Paul, Pamela gli chiede di andare via e lasciarla in pace per poter fare le proprie abluzioni prima di andare tranquillamente a dormire. Una piattezza emotiva desolante.

I dialoghi privi di veri contrasti risultano pertanto in una scarsa crescita psicologica dei personaggi, che rimangono esattamente gli stessi durante il corso del libro, tranne che per poche mirate eccezioni. Il problema principale della trama non è tanto la forma della narrazione, che risulta abbastanza scorrevole sebbene a tratti eccessivamente inconsistente, quanto il mancato sviluppo di un qualsiasi possibile messaggio relativo alla storia. Tutti i personaggi principali alla fine della storia risultano essere praticamente immutati.

Altro punto fondamentale è l’alto livello ormonale della storia, satura di rapporti sessuali occasionali e spregiudicati. Nella quasi totalità delle volte non si tratta di amplessi scaturiti da un sentimento sincero ma più che altro da una smania ossessiva di raggiungere il letto, da una bramosia di possedere che instaura nel lettore un senso di disagio generalizzato. Ci si sente male per la pochezza sentimentale di queste storie, destinate già in partenza a fallire e a risultare, a grandi linee, poco più che squallide.

Nota positiva del racconto restano le belle descrizioni, anche se piuttosto succinte, dell’ambientazione romana, dove aleggia un alone di spensieratezza e di positività. Anche il tema principale della musica, accanto alle numerose e mai fuori luogo citazioni di compositori celebri e di opere famosissime, contribuisce ad arricchire la altrimenti esile storia di sesso e passione.

Giudizio Finale: Un racconto lungo eccessivamente ormonale e liberale, dallo scarso contenuto formativo e dall’alto valore intrigante, al pari di una tormentata soap opera televisiva. I personaggi in gioco sono deboli e scarsamente motivati. Le ambientazioni romane sono ricche di dettagli e ben strutturate. Il mio voto finale per Il Voltapagine è 6.